Nel cuore della gastronomia d'Abruzzo, lontano dai fasti delle corti e profondamente radicato nella terra, esiste un piatto che racchiude in sé l'essenza stessa della civiltà contadina: pizza e foje. Molto più di una semplice ricetta, questa pietanza rappresenta un vero e proprio monumento alla cucina povera abruzzese, nato dalla necessità di sfamare i braccianti con ciò che la terra offriva spontaneamente e con l'ingegno tipico delle massaie di un tempo.
Origini e geografia di un piatto di sussistenza
La storia di pizza e foje affonda le sue radici nell'Abruzzo rurale, trovando la sua massima diffusione e le sue varianti più celebri nella provincia di Chieti — in particolare nella Val di Sangro e nell'area frentana — pur essendo ampiamente conosciuto anche nell'entroterra pescarese e nella Valle Peligna. La nascita del piatto è strettamente legata all'introduzione e alla diffusione del granturco tra il Seicento e il Settecento. Il mais, pianta generosa e resistente, divenne presto la coltura primaria per l'alimentazione del popolo, sostituendo le farine di grano destinate ai proprietari terrieri.
I contadini consumavano questo pasto direttamente sui campi durante le estenuanti giornate di lavoro: un vero e proprio piatto unico bilanciato, capace di fornire carboidrati complessi per l'energia, fibre e vitamine dalle verdure spontanee, e i grassi necessari per affrontare la fatica fisica.
I tre elementi fondamentali
L'apparente semplicità di pizza e foje nasconde un equilibrio perfetto tra tre preparazioni distinte che vengono poi sapientemente unite:
- La pizza di mais (pizza de randinije): non si tratta di una pizza lievitata classica, bensì di una focaccia densa e rustica preparata esclusivamente con farina di mais, acqua bollente e un pizzico di sale. L'impasto viene tradizionalmente cotto sul focolare domestico, adagiato sul piano di pietra refrattaria e coperto con il coppo, il tipico coperchio concavo di ferro su cui venivano adagiate le braci ardenti.
- Le "foje" (le verdure campestri): l'anima verde del piatto. In origine non si usavano verdure coltivate, bensì erbe spontanee raccolte nei campi e lungo i fossi: cascigni (crespigno), cicoria selvatica, bietole di campo, caccialepre e cime di rapa. Le erbe venivano lessate, strizzate con cura per eliminare l'amaro in eccesso e poi ripassate in padella con olio extravergine d'oliva e abbondante aglio.
- I complementi sapidi: a dare carattere e profondità alla preparazione intervengono le sarde salate (o alici), dissalate, infarinate e fritte, e gli immancabili peperoni secchi dolci o piccanti — celebre l'impiego del Peperone Dolce di Altino — fritti per pochi secondi fino a diventare croccanti e friabili.
Il rito dell'unione e del servizio
La magia di questa pietanza si compie al momento dell'assemblaggio. La calda pizza di mais viene spezzettata grossolanamente con le mani (spesso sbriciolata) e gettata direttamente nella padella dove le verdure stanno soffriggendo, in modo che la farina di granturco assorba tutti i succhi, l'olio aromatizzato all'aglio e il sapore amarognolo delle erbe campestri.
Il piatto viene completato con le sarde croccanti e una generosa spolverata di peperoni secchi sbriciolati in superficie, che donano un contrasto cromatico brillante e una nota affumicata irresistibile. Tradizione voleva che pizza e foje venisse servito al centro della tavola direttamente nella grande padella di ferro o sulla spianatora di legno, dove tutti i commensali attingevano con il proprio cucchiaio o semplicemente con le mani, celebrando un momento di fondamentale condivisione familiare.
Dalla povertà alla riscoperta gastronomica
Oggi pizza e foje ha abbandonato la connotazione di cibo legato alla miseria per diventare uno dei simboli più autentici della biodiversità culinaria dell'Abruzzo. Agriturismi e trattorie dell'entroterra custodiscono gelosamente questa ricetta, testimonianza preziosa di come la conoscenza profonda della natura e il rispetto delle materie prime possano trasformare ingredienti umili in un capolavoro gastronomico senza tempo.